Premiazione Concorso
Nazionale
"Sinfonia Dialettale"
Roma 29 aprile 2008
1° Edizione - Anno 2007
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Camera dei Deputati - Palazzo Marini - Sala delle Colonne
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2° Classificato
Alessandra Benvenuti -
Romanesco - Lazio
( a
Robberto)

Er Barbone
annavo lontano pe’ sazià ‘sta voja de
libbertà.
Puro que la vorta che a tredicianni, un po’a
piedi ‘n po’ cor treno, arivai fiero fino a
Canicatti’.
Lei m’aveva ripreso e a còr poco sereno,
la voce tremula, me disse: “còre mio, mò
stattene ‘n pò qui!”.
Ce stetti sì, ma appena lei morì, me ne
scappai a brijie sciorte,
libbero de sbajà, a mio piacere, tutte le
vorte.
I primi tempi passarono leggeri.
Er bionno Tevere portava via silenzioso li
penzieri.
M’arrabbattavo ogni giorno pe’ magnà
li scarti der mercato, dei bar o de
quarcheduno mosso a pietà.
Tutti me conosceveno e tutti me portaveno
rispetto,
“so er più vecchio!” … “quello c’ha girato
er monno!”,
però l’artri, quelli “normali”, che se
fermeno a guardà solo l’aspetto,
pe’ paura passeno ortre, più lontani che
ponno.
Ce chiameno “clochards” pe’ ‘sta mania de
cambià er nome a le cose.
Pare così più bello ma le ombre ‘ntorno a
noi so diventate più lunghe, minacciose.
Li tempi nun so piu’ manco pe’ noi quelli de
‘na vorta
e invece de fa paura dovemo, tutti li
giorni, chiamà er coraggio a raccorta.
Come que la vorta che, appennicato su ‘na
panchina,
du’ balordi m’hanno avvicinato, interessati
a la catenina.
Era de latta, ma era de mì madre; l’ho
difesa co’ tutto me stesso,
ma… se la so portata via lo stesso.
M’hanno lassato lì mezzo morto, tanto che
quasi nun me so accorto,
che le braccia che m’hanno sollevato, ereno
forti, tenere e sapeveno de bucato.
A quer punto nun v’annisconno
che stralunato, co’ le stelle che giraveno
in tondo,
‘n urlo solo è partito dar còre:
“mamma mia viemme a pijà, fallo pe’ amore!”.
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Il barbone
(a Roberto)
… una, due, non si sa quante volte mia madre
m’era venuta a riprendere,
andavo lontano per saziare la voglia di
libertà.
Anche quella volta che tredicenne, un po’a
piedi e un po’ col treno,
arrivai fiero fino a Canicatti’.
Lei era venuta a riprendermi e con l’animo
amareggiato,
la voce tremolante, mi disse “amore mio, ora
resta qui!”.
Mi fermai, ma appena lei morì, me ne scappai
senza mèta,
libero di sbagliare, a mio piacimento, tutte
le volte.
I primi tempi passarono senza problemi.
Il biondo Tevere portava via silenzioso i
pensieri.
Mi arrangiavo ogni giorno per mangiare
gli scarti del mercato, dei bar o di
qualcuno mosso a pietà.
Ero conosciuto da tutti e tutti mi portavano
rispetto,
“sono il più vecchio!” ….. “quello che ha
girato il mondo”,
però gli “altri”, quelli “normali”, che si
fermano a guardare solo l’aspetto,
per paura passano oltre, il più lontano
possibile.
Ci chiamano “clochards” per la mania di
cambiare il nome alle cose.
Pare così più bello, ma le ombre intorno a
noi sono diventate più lunghe, minacciose.
I tempi non sono più neanche per noi quelli
di una volta
e invece di impaurire, dobbiamo ogni giorno,
chiamare a raccolta il coraggio.
Come quella volta che, addormentato su una
panchina,
due stolti si sono avvicinati, interessati
alla catenina.
Era di latta, ma era di mia madre; l’ho
difesa con tutto me stesso,
ma…… se la sono portata via lo stesso.
Mi hanno lasciato lì moribondo, tanto che
quasi non mi sono accorto,
che le braccia che mi hanno sollevato, erano
forti, tenere e sapevano di bucato
A quel punto non vi nascondo
che stordito, vedendo le stelle dal dolore,
un urlo solo è partito dal cuore:
“mamma mia vienimi a prendere, fallo per
amore!”.
BENVENUTI ALESSANDRA