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T'affido un figlio, oh genitrice terra:
è seme schietto com'acqua sorgiva e saldo
attecchirà e vigoroso nel tuo campo.
E' uno dei molti c'hai indosso e non
sa ancora dell'odio che verrà.
E' pianta da innaffiare acché s'irrobustisca,
colga forza e vinca la gramigna, trista
avversaria che s'avvinghia alla radice
e falce non estirpa.
Non sa del dolore che vivere assomma
a fragili piaceri e delle sirenee lusinghe
che i vuoti dell'intelletto accrescono,
dando funesta pace a chi vi crede.
E' pianta da curare affinché fortifichi
e sia fossato ai primi uragani pronti
a strapparne il fusto dal terreno;
perché conservi il bocciolo del primo fiore.
Non conosce il cieco furore, ai cui giochi
umanità quieta si concede nell'avido
accumular denaro, pe'l piacere futile
d'essere dal povero osannata.
Io potrò cedere quella passione semplice
e impetuosa che sangue offre spontaneo,
null'altro potrò.
L'affido a te, oh terra, pure se il corpo
hai colmo di tumori, scosso dalla violenza:
inutile, selvaggia sì da renderti infida
ai deboli, ai giusti, ai diseredati.
L'affido a te, anche se in ribellione sei
al figlio uomo che ti spreme, succhiatore
dissennato della preziosa linfa, portator
di morte al ricco seno.
L'affido a te: la mia speranza.
Renato Fedi
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