MUORE UN BARBONE



Ondeggia scomposto tra i passanti
che guardano a lato, consunto e sbavato
, gli abiti appesi alle spalle;
borbotta il ricordo del corpo di donna
che ebbe in un letto in Norvegia
(era giovane, ardito)
da cui si fuggì per cercarne
uno ed un altro più nuovo.

Bambino dai riccioli avvezzi
alla lieve premura di madre amorosa,
ha corso sui prati e tra contadini,
inseguendo grilli e il futuro.

Ora va lento,
il suo muoversi non è un andare,
è violar di nascosto la terra di altri
ad ogni scandire di passo.
E' piagato
e con sforzo offre la mano tremante
a chi, annoiato, lo schiva;
improvviso si piega,
rivolge lo sguardo al palmo annerito,
forse cercando un breve domani.

Dolcemente alfine s'accascia al terreno
senza invocare nessuno.

Renato Fedi